Jéanpaul Ferro
Excerpts

79 Degree Probablility of Loss

What beautiful death there is in Madonna de Campiglio,
the peasant people frozen in ice in dance,
the slopes of Austria, and now they call it Italy,
another place you must come, one more dream to put your trust in,

and you can't believe you'll ever do it again,
swimming in the light and shadows where you've drowned,
the gum arabic and green volatilize of valle Verzasca--
the river where you saw the diver from Lucerne go down three times,
the way you held his girl friend, the river from the glacier,
minion and nonpareil, crystalline, his body preserved,
Russian experiment in the stone houses of Sonogno,

the ache in my body as you ease yourself against me,
the way your legs cower out, the ecstasy in your pain,
in the white under your flesh in your bones,
the risk, the knife of your spine,
and I take it, twist and turn and bludgeon it,
and the body moves, consumes all of me, and you give in,
and you die in a way too, so cold here in the Dolomites,
always writing by candlelight, the bathroom out in the hallway,
and dance without music--

the sound of your hands against the piano back in the states.

Originally published by Magnolia: A Florida Journal of Literary and Fine Arts; also by The Newport Review



Tribute—Duet (A Prayer Between Two Friends)

Nominated for a 2009 Pushcart Prize by Goldfish Press 

 

Quando chiudo gli occhi provo a immaginare che tu

possa condurmi in un luogo,

 

When I close my eyes I try to dream that you

can lead me to a place,

 

un luogo dove ogni giorno è un miracolo, dolce,

delicato come le luci d’ambra delle strade italiane,

 

a place where every day is a miracle, gentle,

tender like the amber lights of Italian streets,

 

rassicurante come il caloroso fragore del tuono che si abbatte

mille miglia lontano,

 

soothing like the warm applause of thunder breaking

apart a thousand miles away,

 

dove l’estate scivola a lungo nell’autunno,

 

where summer slips long and hard into fall,

 

si, puoi fare qualsiasi cosa prima che la notte abbia fine!

 

yes, you can do anything before the night ever ends!

 

lo scenario del tuo regno esattamente come vuoi

che sia:

 

the scenery of your kingdom exactly the way you want

it to be:

 

la lacrima sul viso di un bambino che diventa pioggia,

 

a tear on a child’s face turning into rain,

 

la paura che si dissolve nel sangue come il vino portato

dal nostro migliore amico,

 

fear breaking off into our blood like the wine brought

to us by our very best friends,

 

il dolore di ieri che si frantuma in minuscoli pezzi di vetro,

 

the pain of yesterday collapsing into little glass bits,

 

la pioggia di arie che cade sugli scogli nelle nostre preghiere

che si levano fino a te,

 

the rain of arias falling over the cliffs in our prayers

that are going on up to you,

 

là sopra gli oceani più blu, là sotto i più bei

cieli rossi d’autunno,

 

out over the bluest oceans, out under the most glorious

autumn red skies,

 

in cima al luccichio delle onde con cui ci ripari,

 

atop the glint of waves that you nestle around us,

 

ti prego, aiutami a cercare di capire ogni cosa grande e ultima:

 

please help me to try and understand every great and last thing:

 

un piccolo ricordo dalla luce della luna,

 

a small memory from the light of the moon,

 

l’unica stella blu di una sera in cui non credo più

a nulla,

 

a single blue star on a night when I no longer believe

in anything,

 

quel luogo nell’oscurità dove tu solo riesci a portare luce:

un tributo. O, ti prego! O, Geova! Ah, si! Amen.

 

this place in the darkness where only you can bring light:

a tribute.  Oh, please!  Oh, Jah!  Ah, yes!  Amen. 


 

 

The Hours Happened (9/11) 

 

We drove out of Vendian and out into Ordovician,

The air moist and warm blowing through our hair,

New York City rising in gray vaults off on the horizon,

Abandoned dreams behind us in our rear view mirror,

 

We stepped all through the hot ash after reaching ground zero,

Leaving only our footprints to prove that we were there,

A part of me couldn’t grasp what had just happened,

You looked at me and said: “Can you describe all of this?”

I looked over at you and I said: “I don’t think I ever can.”

 

from the story: Crossing the Sun

IT HAS LONG BEEN THE CUSTOM in Paris to turn to the rich gathering of olive oil, herbs, fresh bread and garlic to try and renew the colors lost outside when the rains would come.  Eric Biuso learned this fairly early on about the city.  As he sat there alone at his table inside the French bistro Pharamond he felt worn out and especially tired by all the autumn rain.  He thought it might do him some good to try and eat something.  He traced his finger down the menu of the bistro.  There were so many good choices. 

 

He finally settled on a dish of barbecued quail with anchoïade and crudités. 

 

Eric gazed up from the menu.  He smiled as he looked at the skinny French teenager that had been sent over to wait on him.  The rosy-cheeked boy stood there next to the table.  He wore black slacks and a white T-shirt and he had this blank expression on his face. 

 

“Êtes-vous prêt?” the teenager asked.



Italian translation by Daniela Olivero of Qualcosa Da Conservare (Mine To Keep)

 

Jéanpaul Ferro

 

 

Le aveva comprato il vestito quando erano andati in vacanza a Lugano, l’anno prima che cominciasse la guerra. Lara rovistava tra vecchi cappotti nel tentativo di trovarne uno che andasse bene a suo padre. Sasha la fissava senza dirlo: prima di tutto questo, il vestito l’avrebbe indossato soltanto per il loro anniversario. Ora no. Ora niente che si fosse tenuto da parte prima della guerra serviva a granché; niente che avesse importanza: un vestito, un anello, un’auto. Non in guerra. Non a Sarajevo. Avevi i vestiti che portavi indosso, la vita, e magari un amore. Tutto il resto valeva esattamente quanto ci si poteva comprare: della legna, un cappotto, un po’ di cibo.

 

Intorno a loro la gente continuava a gironzolare per la piazza in cerca di cibo o delle altre provviste che poteva offrire il mercato. Scarpe, calze, muffole e cappotti lì in mostra erano appartenuti a vecchi amici, familiari, clienti, cugini, zii, zie, bambini. Morti, ma nulla andava sprecato. Sasha sentiva i prezzi scambiati sottovoce intorno ai banchi: un chilo di farina 600 marchi, un sacco di legna 500, un litro di benzina 50, mezzo chilo di caffè 400, una tavoletta di cioccolata 200, un paio di scarponi 1000 marchi. Da mesi non arrivavano camion a Sarajevo. Ora l’esercito costringeva i convogli dell’Humanitarna provenienti da Zenica a percorrere una deviazione di più di centocinquanta chilometri in mezzo ai boschi per arrivare in città. Non uno che ce l’avesse fatta.

 

Quanto a lui, sapeva che se fosse rimasto bloccato in città senza di lei sarebbe impazzito molto tempo prima. Sasha era sempre stato impegnatissimo, preso fra le più varie minuzie della vita e le giornate di lavoro. Ora invece a Sarajevo si trattava solo di sopravvivere. Non riusciva a capire che cosa poteva accadere intanto nel mondo esterno. Non sapevano? Non vedevano? Dovette farsi forza per proseguire, e continuò a vagare per il mercato con le mani in tasca. Un tempo aveva un’attività. Decisamente redditizia. Vendeva smeraldi del Brasile e diamanti del Sud Africa. Si guardò attorno nel mercato improvvisato nella piazza. Un limone era una pietra preziosa; un grappolo d’uva era una collana.

 

Guardò sua moglie Lara, la sua amica a Sarajevo fin dall’infanzia. Era stata cucitrice di professione. Ora lavorava per gli altri, sul materiale che eventualmente fornivano loro. A volte anche gratis, secondo per chi era.

 

Guardò la sua adorata, bellissima Lara che se ne stava a pochi metri da lui, vicino ai cappotti. Le brillavano gli occhi, attirati da qualcosa che aveva visto. Sasha la vide abbassare lo sguardo e fissare l’unico cachi maturo sul banco. Non riusciva a crederci. Non era incredibile che lo volesse. O forse era incredibile perché lo voleva per lui.

 

Il proprietario del cachi si sporse sul banco e guardò Lara. Era un vecchio serbo, con la camicia bianca pulita e la cravatta. Portava un basco blu con un foro di pallottola su un lato, dal quale sporgeva un ciuffo di capelli castani.

 

“Lo prenda”, disse il vecchio serbo a Lara. “È buono”. Si sporse di più sul banco, verso di lei, e prese a bisbigliare: “La notte scorsa un camion è arrivato da Vienna attraverso la valle della Neretva. Mio cognato era uno di loro. Me lo ha portato apposta. Oggi ho solo questo da vendere”.

 

Lara guardava l’uomo incredula e divertita.

 

“Ma ci hanno raccontato di atroci combattimenti nella valle”, ribatté lei.

 

“Non credergli”, l’ammonì Sasha. “Non credere a niente di quello che dice. Lo avrà rubato!”

 

“No. È vero”. L’uomo si sporse ulteriormente sul banco. “Mi dia almeno qualcosa. Non si conserverà a lungo”.

 

Lara guardò Sasha in cerca di approvazione.

 

“Le do dieci marchi”, disse Lara.

 

L’uomo le rise in faccia.

 

“Tanto vale regalarlo”, obiettò lui.

 

“Lara, per favore”, disse Sasha.

 

“No, lo voglio”, replicò lei. “Lo voglio per te”.

 

Sasha contemplò l’azzurro intenso dei suoi occhi nella luce che si affievoliva. Si sentiva lacerato. Era combattuto tra il piacere e il dolore. Quanto doveva essere profondo l’amore di sua moglie per desiderare quel magnifico frutto per lui? Non mangiava frutta da mesi. Da quando i pesanti combattimenti si erano estesi su tutti i fronti bosniaci.

 

“Posso prendertelo”, sussurrò Lara.

 

Sasha rimase ammutolito accanto a sua moglie, senza sapere se fermarla oppure no. Lanciò un’occhiata alla strada, a un camion che trasportava cadaveri e diversi sacchi di teste di soldati, mozzate da una fazione o dall’altra. Gli si riempirono gli occhi di lacrime.

 

Lara guardò il vecchio serbo. I suoi vestiti erano talmente puliti e splendenti da sembrare nuovi.

 

“Le do trenta marchi”, gli disse. “È tutto. Tutto quello che ho”.

 

“Non bastano”, rispose lui.

 

“Ma è tutto quello che ho”. Lara gettò uno sguardo verso il banco che vendeva i cappotti. “Devo tenermi qualcosa per comprare un cappotto a mio padre”.

 

“Spiacente”, ribatté lui. Il vecchio serbo si ritrasse dal banco e si portò la mano al mento. Sembrò esitare un istante, rimuginando un’idea. Un’idea che poteva venire in mente solo in tempo di guerra. Il vecchio serbo guardò Lara.

 

“Mi dia il vestito”, le disse.

 

Sasha si voltò, sbalordito dalla richiesta.

 

“E trenta marchi”, chiese.

 

“Dieci!”, disse lei.

 

“Venti!”, ribatté lui.

 

“Che stai facendo?”. Sasha prese sua moglie per un braccio.

 

Lara sorrise come avrebbe fatto prima della guerra. La guardò negli occhi. Erano così pieni di vita, persino ora. Come poteva impedirglielo? Vide la felicità sul volto di sua moglie mentre si slacciava il cappotto e glielo porgeva. “Non gli darai mica il vestito?”, le disse Sasha. Lei sorrise di nuovo mentre si spogliava proprio lì davanti a lui, davanti al vecchio serbo, davanti all’intera piazza. “Perché no?”, disse lei. “È solo un vestito, Sasha”. Detto ciò, si sbottonò lo splendido vestito rosso. Lo splendido vestito rosso che le aveva comprato a Lugano. Con l’arricciatura laterale e la gonna a tulipano.

 

Lara se lo sfilò e rimase a tremare in biancheria intima. “Spero che lo dia a sua moglie”, disse al vecchio serbo mentre glielo consegnava.

 

Lui lo prese e lo esaminò, tenendolo disteso pressappoco all’altezza di sua moglie o magari della cliente successiva. “Vedremo”, rispose.

 

Lara diede i soldi al vecchio, e Sasha la coprì subito col cappotto. Cercò di aiutarla ad abbottonarsi. “Grazie”, disse lui con un accenno di rimorso nella voce. Lei gli sorrise amareggiata, poi sollevò la mano e sfiorò la guancia di suo marito.

 

Dopodiché Sasha guardò sua moglie che si avvicinava al banco e prendeva il cachi.

 

Lara lo sollevò in alto, come fosse la luce fulgida e splendente di una stella.

 

“Non è magnifico?”, esclamò. “Guardalo, Sasha! È così rosso. Brilla da quanto è rosso. Brilla di un rosso che non ho mai visto prima!”

 

Guardò sua moglie e provò a immaginare le vite che scorrevano parallele alle loro fuori di Sarajevo. Cosa facevano in quel preciso istante, in quell’altro posto. Che amicizie frequentavano. Che lavoro facevano. In quali case vivevano. Cosa mangiavano. Cosa facevano per divertirsi. Quale immensa bellezza li circondava. Che genere d’amore nutrivano gli uni per gli altri. Lo davano per scontato? Dove sarebbero stati con quel dolore che Sasha avvertiva acutissimo. E quanto valeva di più la vita, fuori dell’odio della guerra.

 

E in quel momento se ne stava lì al mercato, a mezzo metro dalla sua adorata e bellissima Lara; ci fu un lampo di luce azzurra, e per un istante pensò provenisse dalla mano che teneva il cachi.

 

Sasha si ritrovò a terra, a cercare debolmente e disperatamente di rialzarsi. Per un attimo non riuscì a vedere nulla, e intorno a lui i sussurri indistinti divennero grida laceranti e le grida si fecero urla. Polvere e detriti coprivano la piazza a partire da quell’unica granata lanciata dalle colline fuori Sarajevo. Sasha giaceva a terra e le sue invocazioni di aiuto furono ignorate.

 

Sentì un dolore intenso e lancinante alla nuca, che sanguinava.

 

“Lara!”, gridò forte. “Lara! Lara!”

 

Strisciò carponi per pochi metri verso sua moglie, verso il punto in cui era distesa con indosso solo il cappotto nero.

Si sollevò sopra quel corpo. Sembrava illesa, a parte la gamba sinistra orribilmente contorta sotto di lei, e la mano insanguinata che restava in ombra.

 

“Lara! Lara!”. Sasha la scrollò invano. Le accarezzò i capelli biondi e abbassò lo sguardo. Vide quegli occhi azzurri che fissavano il suo viso, il cielo azzurro del mercato, sopra di loro. I suoi occhi azzurri fissavano dritti il volto di Dio.

 

“Lara?”, gridò Sasha. “Lara? Lara?”

 

Sasha raccolse tra le braccia il corpo esanime di sua moglie e cominciò a singhiozzare sopra di lei. Un vento cupo, polveroso si abbatté sulla piazza e Sasha alzò lo sguardo per vedere il vecchio serbo, ancora dietro il banco nel punto esatto dove si trovava pochi istanti prima. Sasha vide gli occhi dell’uomo che fissavano senza espressione le macerie coperte di sangue e tutti quei cadaveri. La camicia bianca e la cravatta erano ancora intatte e pulite, e lui stringeva in mano il vestito rosso di Lara, gli occhi che frugavano quella carneficina alla ricerca del cachi.

 

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